Gorreto, il paesino condannato a chiedere

La Regione si è fermata a Gorreto

Questo articolo è stato tratto da Il Secolo XIX del 17/03/05

 

Gorreto (Genova). È arrivato Burlando, per cercare di ribaltare i risultati del 2000 che assegnarono un mezzo plebiscito a Biasotti, ma neppure lui - come del resto il governatore in carica — riuscirà a risolvere l'avvitamento economico-spirituale di Gorreto. Centoquarantasette abitanti, un terzo dei quali sopra i 60 anni e il 17% oltre gli 80. Così attaccati, alla propria terra che persino gli emigranti fanno carte false per essere seppelliti qui, quando è l'ora, in uno dei quattro cimiteri. E il paese è così riconoscente che non considera mai scomparso nessuno, in realtà, tornato semmai: «E tornato Ciccin... E tornata la Rosy...». A Gorreto finisce la Liguria e comincia l'Emilia Romagna, politicamente e anche fisicamente, con il Trebbia che dopo il canyon di Pianazzo smette di essere un torrentello montano, tumultuoso, per dare i primi segni di maturità fluviale: le carpe e i cavedani nella corrente più lenta, gli aironi appostati sulla riva, i salici e i pioppi lungo gli argini. Gorreto, dunque. Succede che il vecchio e amato parroco don Alberto Mazzi da qualche tempo stia poco bene e non possa più celebrare la santa messa, e debba quindi essere sostituito. Ma Gorreto dipende dalla diocesi di Piacenza e Bobbio, non da quella di Genova: e il sostituto, costretto a saltabeccare per le cento parrocchie della Val Trebbia emiliana, non riesce mai a officiare oltreconfine prima della domenica pomeriggio. Risultato: l'unico negozio di alimentari del paese, storicamente aperto la domenica mattina, chiude (la titolare Vittoria Mengoni: «Niente fedeli, niente clienti»). I pescatori e i cercatori di funghi e gli escursionisti del monte Alfeo, 1680 metri sul livello del mare, senza il tradizionale e collaudato punto d'appoggio non vengono più. Il turismo va a rotoli. Peccato, perché finora Gorreto era riuscita a sentirsi orgogliosamente ligure e a non maledire, malgrado l'isolamento dei lunghissimi inverni e le sue inevitabili conseguenze, la Regione matrigna. Anzi. «Noi per le istituzioni abbiamo il massimo rispetto», giura il sindaco Luciano Bombace, che è diessino ma come vice ha voluto il forzitalista, e già primo cittadino per i due mandati precedenti, Giorgio Montignani: «Amministrare un comune come Gorreto vuoi dire soprattutto chiedere: finanziamenti, leggi speciali, aiuti... Tutti insieme si chiede meglio». Ripetutamente invocato, in Regione, un finanziamento per il campo sportivo che è privo di illuminazione ma nelle lunghe serate estive, quando il fresco invoglia alle partite fra scapoli e ammogliati, è preso d'assalto dai villeggianti: non concesso. Un finanziamento per ammodernare o sostituire le panchine, o addirittura sistemarne di nuove sotto le querce fronzute e invitanti della piazza, «qui siamo tutti anziani...»: non concesso. Uno per lo smaltimento rifiuti, il camion che li trasporta a Scarpino costa la spaventosa cifra di 300 euro a viaggio e dunque al giorno («e abbiamo dovuto rifargli la testata del motore: altri 3000!»). Erogata un'una tantum di 800 euro, dalla Regione, «il pensiero è stato apprezzato». Assegnati invece 1420 euro per fronteggiare il disastro delle ultime nevicate, «ma ne abbiamo già spesi 4000 e siamo soltanto a marzo». E poi briciole per l'agricoltura, l'artigianato, il turismo...  «Se non torna il sole finiamo in bancarotta», sospira l'impiegato Maurizio Bianchini che è uno dei due dipendenti comunali. L'altro, operaio, ricopre anche gli incarichi di autista, stradino, becchino (i quattro cimiteri sono distribuiti tra il capoluogo e le sette frazioni) messaggero municipale e all'occorrenza meccanico. Del resto: con un bilancio che non supera i 265 mila euro di spese correnti bisogna arrangiarsi. Va da sé che per arrangiarsi, i rapporti con la confinante Ottone, tre chilometri più a valle, siano strettissimi. A Ottone va uno dei due bambini in età scolare, Alice: lo scuolabus è finanziato dalla Regione Emila Romagna. A Ottone la popolazione va a comprare la carne, perché a Gorreto il macellaio non c'è (Rosa Sassarini, 94 anni, monumento vivente del paese: «Ah, la carne emiliana...») e a Ottone ci sono farmacia, parrucchiere, supermercato, nel circondario persino l'unica discoteca della zona dove i pochissimi adolescenti vanno a scambiarsi le prime tenerezze. La civiltà, insomma.E tuttavia Gorreto resta tenacemente attaccata alla Liguria, e ai dirimpettai ha recentemente chiesto una variazione territoriale per annettersi tre villette che si affacciano sul torrente Dorbera: «Incasseremmo qualcosa di più come ICI — ragionano nella palazzina che ospita municipio, ufficio postale e agenzia turistica — e quelli di Ottone potrebbero smetterla di attraversare tutto il nostro territorio per andare a ritirare la spazzatura fino là». Storia curiosa, quella delle villette sul Dorbera. Il confine corre tra una casa e l'altra, due metri di distanza fra i muri maestri, con una sfilza di complicazioni burocratiche: i rifiuti toccano a Ottone, ma l'acqua ai condomini la fornisce Gorreto; il prefisso telefonico è emiliano, ma il codice postale è ligure; e in caso di neve spalare toccherebbe a quelli di Ottone, ma... Anche la Liguria, peraltro, sconfina in Emilia sui crinali dell'Appennino. E così la strada che va da Pissino ad Alpe sarebbe emiliana, ma lo stradino è pagato dal comune di Gorreto perché dall'altra parte — non avendo obblighi nei confronti delle due frazioni liguri — non ne vogliono sapere. Diciannove chilometri quadrati, metro più metro meno, Gorreto è il classico paesino di montagna che si ripopola d'estate.  «Allora - spiegano gli abitanti - anche i nostri problemi diventano importanti. Ma sono problemi che si inventano i cittadini, come quello dei posteggi, e con le prime piogge si dissolvono. Restano i guai di sempre: la neve che isola le frazioni dal resto del paese, il Trebbia che ogni anno rompe gli argini, i boschi che ormai nessuno pulisce più...». Abbandonate di fatto agricoltura e zootecnia, a parte qualche irriducibile che si ostina a coltivare l'orto e a tenere le galline, chiuso per sempre il mitico ristorante da Attilio, cinghiale strepitoso, ci si arrabatta per vivere con le pensioni o con il pendolarismo da weekend (i pochi giovani lavorano quasi tutti a Genova) e si scommette comunque sul turismo. Gorreto è l'unico paese della Val Trebbia dove non bisogna avere il tesserino per andare a funghi: «Basta con queste discriminazioni, i porcini appartengono a chi li trova». Le trote sono ancora le selvatiche fario, mica le arcobaleno che puoi comprare in pescheria e abboccano quasi senza opporre resistenza: «Ma ci vorrebbe un ripopolamento più consistente». I cinghiali si riproducono in maniera esponenziale per la gioia dei cacciatori (i contadini un tempo protestavano, ma ormai non ci sono più) e in località Due Ponti c'è un ottimo ristorante-albergo dove si dorme bene e si mangia meglio. L'Alfeo è una vetta ambita dagli appassionati di montagna. Metteteci la bellezza struggente del paesaggio e la cucina intrigante delle trattorie di confine, il cielo sempre terso per un benevolo gioco di correnti in alta quota, il fascino discreto dell'Appennino e dei suoi innumerevoli sentieri: se don Alberto si rimette in fretta e finalmente riapre il negozio di alimentari ritorna l'ottimismo, a Gorreto, e il 3 aprile si va a votare sereni. Il futuro sarà ancora quello di chiedere (a Biasotti o a Burlando), ma in fondo chiedere non costa nulla. E chissà che la nuova giunta, di fronte al compromesso storico celebrato in nome della sopravvivenza, non si senta obbligata a scoprire, come dice il sindaco, che «la Liguria non finisce a Gorreto. A Gorreto la Liguria comincia», la differenza è fondamentale.

 

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